Non ho sempre amato le lingue. Le lezioni di russo, inglese e tedesco a scuola spesso mi annoiavano: mi chiedevo cosa potesse esserci di interessante nel memorizzare decine di forme verbali o nel ripetere dialoghi artificiali sulla famiglia e sugli “hobby” con i compagni di classe.
Tutto è cambiato quando nella mia vita è arrivata una insegnate di italiano, una vera Maestra, che non mi ha trasmes...
Non ho sempre amato le lingue. Le lezioni di russo, inglese e tedesco a scuola spesso mi annoiavano: mi chiedevo cosa potesse esserci di interessante nel memorizzare decine di forme verbali o nel ripetere dialoghi artificiali sulla famiglia e sugli “hobby” con i compagni di classe.
Tutto è cambiato quando nella mia vita è arrivata una insegnate di italiano, una vera Maestra, che non mi ha trasmesso solo parole e regole, ma un modo diverso di comprendere e percepire la lingua. È stato allora che ho capito che una lingua non è un dizionario da imparare dalla prima pagine fino all’ultima, ma piuttosto un puzzle, un gioco, una canzone.
La lingua è viva: si muove, cambia, respira e, se la si ascolta davvero, parla con te. Impararla significa anche imparare a sentire la sua voce: coglierne la musicalità, i ritmi, i tempi. Tuttavia, non voglio dire che grammatica e vocabolario non siano importanti — al contrario, sono necessari, come le note per chi suona il pianoforte. Ma da soli non bastano: sono strumenti, non il fine, ti aiutano a comprendere meglio le regole del gioco.
Il mio obiettivo nell’insegnamento è proprio questo: trasmettere un nuovo modo di guardare alle lingue, aiutare gli studenti a scoprirne la dimensione viva e affascinante, a lasciarsi incuriosire e a trovare piacere nel risolvere gli enigmi che ogni lingua porta con sé. È stata proprio questa curiosità, questo desiderio di comprendere e “decifrare”, a portarmi a studiare spagnolo, arabo e tedesco. Perché ogni lingua è unica, e ognuna canta la propria canzone.
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