“Leggere le sue poesie è semplicemente deprimente! Mi chiedo ancora quale sia il senso di continuare a studiarlo!”
Queste sono solamente alcune delle parole dedicate ad uno dei poeti più importanti che la letteratura italiana abbia mai conosciuto: Giacomo Leopardi.
Eppure, dietro questi preconcetti talvolta infondati, si nasconde una realtà ben diversa, che va ben oltre il credo popolare.
Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798 da una famiglia nobile.
Il padre, infatti, è il conte Monaldo Leopardi, politico ed esponente del pensiero controrivoluzionario che in quegli anni stava prendendo sempre più piede in Europa ed aveva come fine ultimo il ristabilimento dell'ordine.
A causa della sua indole speculativa, che lo portava ad essere caritatevole con i poveri ma anche a sperperare il patrimonio, l'amministrazione dei beni di famiglia passò in mano alla moglie, Adelaide Antici, donna energica, rigida, severa e religiosa fino alla superstizione.
Il rapporto con i genitori è quindi molto difficile: il giovane Giacomo si rende conto di non ricevere tutto l'affetto del quale ha bisogno.
Per evadere da questa realtà pesante ed opprimente, Giacomo Leopardi si rifugia nel sapere.
Inizialmente viene affidato ai precettori ecclesiastici, rivelando doti eccezionali: a soli 10 anni sa tradurre testi classici e comporre in latino.
Dal 1809 al 1816 procede, da autodidatta, uno studio che lui stesso definisce “matto e disperatissimo”, nel quale, grazie alla fornitissima biblioteca del padre, impara il latino, il greco antico, l’ebraico, l’inglese, il francese, il tedesco e lo spagnolo, oltre ad avvicinarsi alla filosofia.
Se da un lato la mente di Leopardi ardeva di sapere, dall'altro questo studio continuo, conducendo una vita solitaria e reclusa, mina il corpo e lo spirito del poeta.
A 17 anni inizia ad avere problemi reumatici, affezioni polmonari, asma e deviazione della spina dorsale.
Nel 1819 tenta di fuggire da casa, ma il padre lo ferma. Recanati diventa dunque una prigione per lui e cade in depressione, ma continua a scrivere poesie che raccoglie negli "Idilli", tra cui L’Infinito e Il passero solitario.
Nel 1822 va a Roma, ma il viaggio delude le sue aspettative e torna a Recanati, dove nel 1823 scrive le "Operette morali".
Nel 1825 si sposta a Milano e vive in povertà, frequentando circoli letterari.
Nel 1828 a Pisa ritrova l'ispirazione e inizia il ciclo dei "Grandi Idilli".
Tra il 1828 e il 1830 ritorna a Recanati e scrive poemi noti come La quiete dopo la tempesta.
Con l'aiuto di amici, lascia Recanati e va a Firenze, dove scrive il "ciclo di Aspasia" per un amore non ricambiato.
Nel 1832 sospende lo "Zibaldone" e nell'ottobre del 1833 si reca a Napoli, sperando che il clima mite possa aiutarlo a stare meglio.
Qui, nonostante la malattia, scrive due poesie importantissime: La ginestra e Il tramonto della luna.
Muore a Napoli il 14 giugno 1837.
Leggendo la sua vita travagliata, non possiamo far altro che pensare a una persona triste.
Eppure la sua poetica va oltre il pessimismo estremo che viene rappresentato a scuola.
Ci viene spesso presentata la poesia A Silvia, scritta nel 1828 e che ha come tema la distruzione delle speranze e delle illusioni giovanili.
Eppure Giacomo Leopardi non è solo questo: è anche l'autore di Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, una poesia bellissima nella quale si impersonifica in un pastore che interroga la luna sulla condizione umana.
Leopardi è il poeta che, nel suo Infinito, con il verso
“e il naufragar m'è dolce in questo mare”,
ci lascia un'importante lezione: abbandonarsi all'immensità dell'immaginazione e del pensiero non è una sconfitta, ma una dolce conquista.
Nel Sabato del villaggio, con i versi
“Godi, fanciullo mio; stato soave, stagion lieta è cotesta…”,
ci invita a goderci la vita, a lasciarci andare alla gioia, a non prendercela se la felicità arriva in ritardo.
Ho scritto poco fa di Silvia, prima ancora vi ho accennato del ciclo di Aspasia, una raccolta di poesie d'amore che proviene dalla sua storia con Fanny Targioni Tozzetti: sì, perché Leopardi non ha mai smesso di cercare l’amore, anche se non era ricambiato.
Solo nel 1833 si arrende, con la poesia A se stesso, dove scrive:
“Ben sento, in noi di cari inganni, non che la speme, il desiderio è spento.”
Esiste forse un essere umano che non abbia sofferto così per la fine di un amore?
C’è sofferenza nella vita? Certamente.
Leopardi scrive dell’attesa, delle speranze tradite, dei sogni infranti, dell’arroganza dei prepotenti.
Chi nella propria vita non ha conosciuto tristezza o smarrimento?
Se vogliamo usare il linguaggio della letteratura, possiamo dire che Leopardi è un pessimista lucido, ma non si piange addosso: racconta la verità.
Non indossa maschere, non fa prediche, non regala false speranze.
La sua sincerità viene spesso scambiata per tristezza, ma è proprio questa onestà intellettuale che lo rende un artista unico.
Leopardi è il poeta che ha lottato per tenere insieme verità e bellezza.
Come diceva Schopenhauer, la vita oscilla tra noia e dolore, ma Leopardi ci insegna che in mezzo esiste un breve stato di piacere, e non ha mai smesso di cercarlo.